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Dopo la sollevazione tunisina, il ruolo dei blogger è stato riconosciuto a livello mondiale. Censurati sotto il regime di Ben Ali, quelli che talvolta sono definiti cyber-dissidenti si sono serviti del web per protestare e organizzarsi. Due anni dopo la rivoluzione, in piena crisi politica, dove sono e cosa pensano della Tunisia?
di Elise Delève per FranceInfo* - traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
I loro pseudonimi sono entrati a far parte della simbologia della rivoluzione: Slim404, Tunisian Girl o, ancora, Z. Li abbiamo rintracciati nel web, attraverso i social network, e in qualche raro caso per telefono: tutti hanno accettato di discutere con noi.
La rivoluzione che hanno difeso continua, e per loro c’è ancora molto lavoro da fare. L’era della dittatura di Ben Ali è finita, ma sembra che la libertà di espressione non sia ancora del tutto conquistata.
A distanza di due anni, cosa pensano i blogger della libertà, in Tunisia?
Wala Kasmi non si è mai voluta dare uno pseudonimo. Scrive sul suo blog, twitta, lavora. Questa ingegnera informatica di 26 anni lavora attualmente nel settore della comunicazione.
Blogger durante la rivoluzione, si ricorda bene dov’era il 14 gennaio del 2011, il giorno della fuga di Ben Ali.
Tornava da una manifestazione davanti al ministero dell’Interno, ed era in compagnia di un’amica quando sentì la notizia. Passò la notte tra coprifuoco e attacchi di gioia. “Non posso dire che adesso sia peggio, ma…”.
Dopo, cos’è cambiato? Su Internet, sembra, non molto.
“Prima della rivoluzione ciò che volevo dire lo scrivevo. E adesso continuo a farlo”. A livello statale non ci sono stati grandi cambiamenti con gli oppositori del regime di Ben Ali, il partito islamista Ennahda.
“Non posso dire che sia peggio perché niente è peggio di Ben Ali, che in 23 anni non ha mai accettato alcun cambiamento, ma….”. Wala non finisce la frase. “Nel lungo periodo andrà meglio. Bisogna aspettare ancora”.
Una rivoluzione incompiuta
I blogger che abbiamo incontrato ne sono convinti: quello che sta succedendo attualmente in Tunisia - la crisi di governo in seguito all’assassinio di Chokri Belaid - non è una seconda rivoluzione: è il seguito della prima.
Una “rivoluzione incompiuta”, secondo uno di loro: “Subito dopo c’era come un’atmosfera onorica nel paese. Non avevo mai pensato che la Tunisia potesse essere così, un giorno. Le persone sorridevano, le macchine si fermavano per lasciar passare i pedoni…Era un altro mondo”.
Ma due anni più tardi, il giovane blogger impressionato nel 2011 di fronte alla fuga del dittatore, non sogna più. “I prezzi continuano a salire e non ci sono prospettive di lavoro”.
Ancora repressione
E difficile far parlare un blogger delle sue condizioni lavorative senza che accenni alla società nel suo insieme.
È il suo mestiere, il suo centro di interesse e ciò che vuole difendere.
Ramzi Bettaieb è un blogger del collettivo Nawaat, che si è costituito in associazione dopo la rivoluzione (un diritto di cui non godevano, sotto il regime di Ben Ali).
Ramzi è convinto che la repressione, oggi, sia per certi aspetti peggiore di prima. L’assassinio di Chokri Belaid viene attribuito da molti al partito al potere, Ennahda. Le milizie pro-governative sono accusate di aver commesso omicidi, in particolare quello di un oppositore politico (un rappresentante del partito Nidaa Tounes, nell’ottobre scorso, ndt).
“Il sistema si trasforma solo in apparenza. Ma di fondo resta la stesso”, dice Ramzi.
Il blogger parla a bassa voce. “Non trovo nessun progresso dalla rivoluzione", dice, spiegando che “quello che vedo all’interno delle istituzioni statali è una forma di continuità con i decenni di dittatura. Tutte le istituzioni funzionano allo stesso ritmo opaco e repressivo. La democrazia resta una facciata. Sono cambiate solo le ‘etichette’”.
Per uscire da questo schema, Ramzi propone un “patto sociale tra i tunisini”, oltre a “vere riforme”, per un cambiamento reale.
Blogger, giornalisti, viaggiatori
Ma la Tunisia del 2013 non è la stessa di quella di Ben Ali. Alla fine, i blogger ammettono che qualche segno di miglioramento c’è stato. Nel quotidiano, ad esempio.
Secondo Ramzi “adesso abbiamo la possibilità di muoverci all’interno della Tunisia come vogliamo. Non era così in passato. C’erano restrizioni, adesso ci sono più possibilità per realizzare inchieste”.
Nel frattempo, molti membri della blogosfera della rivoluzione hanno fatto del loro ‘passatempo’ un mestiere. Sono quasi tutti diventati giornalisti.
“Facevamo già questo lavoro, per quanto imbavagliati, sotto Ben Ali. Adesso continuiamo, senza più nasconderci però”, racconta uno di loro al telefono.
Facebook: l’arma degli islamisti al potere
Prima della rivoluzione, i social network erano molto poco utilizzati. “Erano soprattutto i blogger a servirsene, ma solo per annunciare eventi o manifestazioni” racconta Wala Kasmi.
Oggi, quasi 4 milioni di tunisini hanno un proprio account. Anche Ennahda (il partito che guida la troika al governo, ndt).
Wala vede in questo accesso sfrenato ai social network un tentativo di manipolare le masse, e soprattutto i giovani.
“Dopo il 14 gennaio, Ennahda ha creato molte pagine Facebook. Pagine nelle quali tutti i giovani tunisini si possono riconoscere. Cliccano ‘mi piace’, e a poco a poco i discorsi degli amministratori cambiano, si ri-orientano”. E i fan delle pagine vedono apparire regolarmente messaggi politici o religiosi, racconta Wala.
Informare e agire
Per Ramzi e il suo collettivo, il ruolo essenziale che hanno avuto i blogger durante la rivoluzione è valido ancora oggi.
A suo parere devono “infrangere il blackout mediatico che era stato stabilito dal regime di Ben Ali, quello che poi si voleva stabilire al momento della rivoluzione. Oggi dobbiamo lottare contro l’omertà e la passività di fronte a uno Stato ancora repressivo, ma che si adatta allo scenario nazionale e internazionale”.
Secondo Wala, il ruolo della blogosfera era e resta politico.
Da diversi mesi cerca di riunire i diversi blogger in una federazione, per “proporre un’alternativa”. Perché la Tunisia ne ha bisogno, secondo lei, soprattutto all’indomani dell’assassinio di un oppositore politico.
“Loro uccidono e noi che facciamo, workshop di blogging?” si domanda sarcastica. Ma il compito che si prefigge la giovane donna sembra complicato, per il momento.
I cyber-dissidenti che hanno avuto un peso due anni fa sono “elettroni liberi” che si riuniscono solo di tanto in tanto. La settimana scorsa, per esempio, hanno realizzato un video per spingere i tunisini a rendere omaggio a Chokri Belaid e scendere in strada.
Uno dei rari momenti di collaborazione diretta, ammette Wala.
In attesa che siano di più, continua a militare. Presto diffonderà sul web un film, sulla situazione tunisina, con tutti i video che ha girato da due anni a questa parte.