Le compagnie transnazionali con la complicità dei governi dove hanno le loro sedi principali (Stati Uniti, Europa, Asia, così come la Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale) hanno distrutto per decenni l’ecosistema, dislocando abitanti nativi e calpestando i diritti umani delle popolazioni dell’America Latina nella loro corsa per ottenere grandi dividendi dallo sfruttamento dei suoi territori.
Questa situazione è stata possibile grazie al controllo che, durante il XX secolo, gli Stati Uniti esercitarono sui governi instaurati nella regione che consegnavano (ed alcuni consegnano ancora) enormi territori, concedevano (ed alcuni concedono ancora) esenzioni tributarie, facilitavano gli sfruttamenti minerari, dell’acqua, della biodiversità, mentre si acutizzavano i danni all’ecosistema, alla salute degli abitanti e si rendeva sempre più vulnerabile la forza lavoro di quelle regioni.
Mentre le transnazionali incassano annualmente migliaia di milioni di dollari, si lasciano alle spalle enormi danni agli ecosistemi dell’America Latina.
Disastri provocati in Ecuador e Brasile dalla compagnia nordamericana Chevron hanno richiamato l’attenzione dei paesi latinoamericani e dei mezzi di comunicazione, poiché i due governi nazionalisti che oggi amministrano in Quito e Brasilia, hanno sostenuto le richieste dei danneggiati.
Il disastro ambientale nell’Amazzonia ecuadoriana incominciò nel 1964 quando la Texaco (acquisita dalla Chevron nel 2001) incominciò a cercare petrolio nella provincia di Sucumbíos assieme alla compagnia Gulf.
Gli studi effettuati da vari specialisti sono giunti alla conclusione che in quella regione successe una delle peggiori catastrofi ambientali nella storia dell’umanità.
La giustizia ecuadoriana sanzionò la Chevron a pagare 9.510 milioni di dollari per i disastri causati ai nativi e l’ecosistema, ma la transnazionale si rifiuta di pagarli interponendo vari contenziosi che continuano da 19 anni.
In Brasile, il Ministero Pubblico Federale (procuratore), cominciò le analisi dei fatti nel giudizio dove si accusa Chevron e la perforatrice Transocean, di danni al patrimonio pubblico e falsità ideologica per lo spargimento di 2 400 barili di greggio nel novembre del 2011, e di un altro nel marzo passato, nella piattaforma ubicata nell’oceano Atlantico, a 370 chilometri della costa di Rio de Janeiro.
Il Ministero accusa le transnazionali di crimine ambientale e danneggiamento al patrimonio pubblico per lo spargimento di greggio nel Campo de Frade nel bacino di Campos.
La compagnia sta facendo numerose pratiche giuridiche, distribuzione di denaro e tentativo di comprare chiunque per uscire dall’imbroglio, ma la presidente brasiliana Dilma Rousseff è stata diretta nel manifestare che "le imprese che vengono, come quelle che già erano stabilite qui, devono sapere che i protocolli di sicurezza esistono per essere attuati".
Il XX secolo, quasi nella sua totalità, segnò una lunga tappa per l’America Latina durante la quale gli Stati Uniti padroni e signori della maggior parte della regione (che considerava come suo giardino) imponeva governi e politici accondiscendenti che consegnavano in primo luogo alle compagnie nordamericane e alle transnazionali dopo, le ricchezze dei loro paesi.
Mentre pochi funzionari creoli si arricchivano per concedere numerosi benefici alle compagnie minerarie ed agricole straniere, queste con minimi investimenti sottraevano (e ancora sottraggono) i beni di quelle nazioni con la conseguente distruzione dell’ecosistema ed il peggioramento delle condizioni economiche e di salute delle popolazioni.
Una relazione pubblicata nel 2005 dalla Commissione Economica per America Latina ed i Caraibi (CEPAL), segnalò che "fra il 1990 e 2000 si disboscarono 467 000 kmq in America Latina per destinarli all’agroindustria, sfruttamenti minerari, o fabbriche di cellulosa o idroelettriche tra altre, e già nel 2005 la deforestazione dell’Amazzonia brasiliana era di circa 680.000 kmq”.
La Banca Mondiale (BM) è stato uno dei maggiori propulsori delle incursioni di compagnie straniere in Latinoamerica e dal 1994 al 2004, per mezzo della Corporazione Finanziaria Internazionale (CFI) concesse 900 milioni di dollari per progetti minerari in Bolivia, Brasile, Cile, Messico e Perù.
Alcune delle transnazionali beneficiate sono state l’Anglo American, BHP - Billiton, Barrick Gold, Mitsubishi, Mitsui, Newmont, Pan American Silver e Rio Tinto.
Sono innumerevoli le imprese che hanno causato gravi danni in paesi latinoamericani, come il Grupo Anglo Gold/Anglo American che rovesciò nel 1999 centinaia di contenitori di cianuro nel fiume Vila Nova nel Amapá Brasil. In Cile, nel 2005, la compagnia di cellulosa Celco disperse mercurio per più di 10 anni cercando di occultare il fatto.
Argentina, Paraguay e Bolivia subirono nel passato XX secolo la deforestazione indiscriminata per propiziare la semina di soia, mais o cotone, da parte delle transnazionali. Per questo motivo, l’Argentina perse 140,000 kmq di boschi; il Paraguay 20.000 e Bolivia 15.000.
Le giganti svizzere Xstrata Plc. e Glencore, dedite allo sfruttamento e commercio di minerali e materie prime al loro passaggio in vari paesi dell’emisfero meridionale hanno lasciato un quadro apocalittico, proporzionale ai guadagni che hanno ottenuto, superiori a 14.000 milioni di dollari annui.
Xstrata nelle miniere di carbone di El Cerrejón, nella Guajira colombiana commise numerosi delitti ambientali, fiscali e di violazioni dei diritti umani. Lo sfruttamento e il continuo ampliamento dei giacimenti deteriorarono la qualità e quantità dell’acqua del rio Ranchería e causarono il dislocamento forzato di comunità indigene.
In Perù, la Xstrata lavora dal 2006 nell’estrazione di rame nel Progetto Tintaya. Il suo operato ha inquinato i fiumi Salado e Cañipia e la procura di Cusco ha un’indagine in corso.
Parecchie sono le inchieste in corso di giudizio nei tribunali della Colombia contro compagnie straniere che hanno rovinato l’ecosistema e la vita dei suoi abitanti. Tra questi appaiono: Coca coda, Nestlé, Chiquita Brands, Drummond, Cemex, Holcim, Muriel mining corporation, Glencore-Xstrata, Anglo American, Bhp Billington, Anglo Gold Ashanti, Kedhada, Smurfit Kapa.
Inoltre, Pizano S.A. ed i suoi affiliati Maderas del Darién, Urapalma S.A., Monsanto, Dyncorp, Multifruit S.A. filiale della transnazionale Del Monte, Occidentale Petroleum Corporation, British Petroleum, Repsol YPF, Union Fenosa, Endesa, Aguas de Barcelona, Telefónica, Canale Isabel II, Canale de Suez, Petrominerales, Gran Tierra Energy, Brisa S.A.
Il danno è stato catastrofico per l’America latina e se ne sono resi conto i nuovi governi progressisti e nazionalisti che sono sorti nella regione, che inoltre non sono soli nelle azioni per affrontare le ambizioni delle transnazionali.
Brasile, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Perù, Paraguay, Nicaragua per citarne alcuni, si stanno liberando dalle catene imposte durante decine di anni dagli Stati Uniti e le transnazionali.
Certo che a tutte le nazioni fa comodo l’investimento di capitali per il loro sviluppo, ma le compagnie devono rispettare le leggi ambientali, l’habitat degli abitanti, pagare per possibili danni causati e generare dividendi anche per i paesi dove si stabiliscano.
Questa è la sfida presente e futura.