sabato 1 maggio 2010, di Associazione Ya Basta Nordest

Bolivia Cochabamba - Da tutto il mondo in difesa della terra verso il vertice Cop 16 a Cancun


Bolivia Cochabamba

Dopo aver partecipato alla Feria Internacional del agua, abbiamo avuto la possibilità di partecipare alla Conferenza sui cambiamenti climatici promossa da Evo Morales e alla Mesa 18, proposta dai movimenti sociali.

DA COCHABAMBA

GIORNATA CONCLUSIVA

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Nella giornata conclusiva della Conferenza Mondiale sui Cambiamenti Climatici l’affluenza, dicono i media ufficiali, arriva a 40 mila delegati giunti da ogni parte del mondo. Mentre fuori continuano gli stand augestiti e le ultime riunioni formali ed informali, dentro si respira aria di chiusura, con l’elaborazione finale dei documenti propositivi delle sessioni plenarie di ogni workshop.

In particolare la Conferenza sul Clima è giunta ad una dichiarazione finale con l’accordo de los pueblos. All’interno della dichiariazione si trovano i diritti universali alla "madre terra": dal diritto alla vita, al diritto alla salute integrale, dal diritto all’acqua al diritto ad essere rispettata (la terra) sino al diritto "a mantenere l’identità in qualità di esseri differenti". Non mancano i riferimenti al diritto a vivere con l’aria pulita, liberi da inquinamento e rifiuti tossici.

Peccato, segnaliamo, che la terra in questo paese, cosiccome in altri sudamericani, è ancora oggetto a sfruttamento brutale grazie al cosiddetto modello "neoestrattivista", ovvero la complessa ed attuale industria estrattiva, tra cui minerali e petrolio; peccato anche che l’acqua, qui a Cochabamba, terra della "guerra dell’acqua", questa risorsa non è accessibile a tutti; peccato, infine, che la differenza in questa Conferenza non è stata sempre rispettata come dimostra abbondantemente l’esclusione dei temi proposti dalla famosa Mesa 18. Insomma, una dichiarazione sui principi, che suona più come una dichiarazione d’intenti piuttosto che il riflesso di politiche reale.

A margine degli ultimi eventi di questa Conferenza, abbiamo incontrato Amy Goodman, prestigiosa giornalista statunitense e fondatrice di Democracy Now, che offre il suo punto di vista circa il ruolo che media possono e devono giocare rispetto all’obiettivo della giustizia climatica. Tale ruolo, spiega la statunitense, è quello di rompere il messaggio mainstream, informando adeguatamente la gente.

Infine, quest’ultima mattina di Conferenza Mondiale, si è realizzato il workshop convocato dal Climate Justice Action (CJA) che ha voluto aprire uno spazio di discussione e di proposta in questa tappa a Cochabamba, per affrontare la questione della giustizia climatica.

Questo tavolo di lavoro, dal titolo "Costruendo ponti tra continenti con movimenti di base per la giustizia climatica" ha visto oltre un centinaio di attivisti, europei e non, mettersi in cammino da Copenhagen a Cancun.

"Chi sono i nostri alleati? E quali ostacoli si frappongono?", queste le domande sottoposte ai gruppi di lavoro.

All’interno di questo spazio di discussione si sono ritrovate le reti che hanno organizzato le azioni Reclaim Power durante le mobilitazioni di Copenhagen: dal Climate Camp inglese, a Friends of the Earth.

Abbiamo sentito Criss e Agnese (Climate Camp, UK) che commentano la partecipazione alla Conferenza e danno spunti per attivare le reti per la Giustizia Climatica verso il COP16 in Messico.

Il CJA aderisce alla cosiddetta Minga Globàl, giornate di mobilitazione globale in difesa della madre terra e dei suoi abitanti, lanciata durante il Summit interamericano dei Popoli Indigeni Abya Ayala.

La data di inizio delle mobilitazioni è significativo: il 12 ottobre, il giorno in cui Cristoforo Colombo giunse nelle Americhe. Ovvero, come dicono da queste parti, cominciò la conquista.

Queste giornate di mobilitazione sono promosse da organizzioni indigene e contadine come la CONAIE (Ecuador), ONIC Colombia; CONACAMI, Perù, Movimiento Sem Terra (MST-Brasile), ma anche la rete ATTAC ed altre organizzazioni.

Nel dibattito, diviso in gruppi di lavoro, è emerso da un lato come la Conferenza sia stata un’opportunità per parlare dei diritti alla terra ed incontrare organizzazioni e reti, dall’altra è emersa una posizione critica ai governi "popolari" dell’area dell’ALBA.

La proposta conclusiva del CJA e del cartello Climate Justice Now è stata quindi di aderire alla Minga Global e lancia per la giornata del 12 ottobre 2010 azioni globali in ogni paese, per costruire in rete le giornate per la Giustizia Climatica al prossimo vertice di Cancun.

In particolare il CJN, oltre ad aderire, a seguito dell’assemblea di oggi, ha pubblicato il comunicato con le numerosissime adesioni all’iniziativa.

SECONDA GIORNATA

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Si è svolta oggi la seconda giornata della Conferenza Mondiale dei Popoli sui Cambiamenti Climatici che si sta realizzando a nella città di Cochabamba in Bolivia.

L’arrivo di migliaia di ospiti della sede della Conferenza è stato caratterizzato dall’intenso chiacchiericcio sul tema e dall’affluire di un maggior numero di persone rispetto al giornata inaugurale. Workshop, tavole rotonde, eventi culturali, riunioni autogestite, capannelli lungo le decine di stradine del campus universitario che ospita la Conferenza, si sono susseguiti durante tutta la giornata. La giornata di seminari e workshop è iniziata in particolare con un tavolo sul Debito Ecologico cui ha partecipato la scrittrice canadese Naomi Klein, il cui discorso è stato caratterizzato dalla denuncia delle responsabilità del governo canadese e l’enfasi sul fatto che i paesi sviluppati sono i veri responsabili di un debito cresciuto nel corso dei secoli di conquista e spoglio delle risorse naturali. La giornata poi è continuata in un crescente caos di orari e sedi di seminari che non cominciavano, che si posticipavano o, al contrario, si facevano prima del previsto.

Interessante, invece, la cosiddetta “agenda parallela”, ovvero gli incontri e gli scambi a margine delle attività ufficiali. E così abbiamo potuto dialogare con i militanti dell’organizzazione contadina internazionale Via Campesina. Primo fra tutti, ha parlato l’indonesiano Henry Saragih, coordinatore generale, che ha spiegato la posizione dell’organizzazione di fronte al tema della crisi climatica. Ha preso poi la parola Peter Rosset, militante statunitense di Via Campesina e attualmente residente in Chiapas, che ha riaffermato l’amicizia e la stima che Via Campesina ha nei confronti dell’esperienza zapatista nel sudest messicano. Infine, ha parlato Alberto Gomez, responsabile per il Nordamerica dell’organizzazione, che ha tracciato la linea che unisce l’esperienza di Copenhagen con quella in corso a Cochabamba fino a spiegare il panorama organizzativo verso la COP16 del prossimo mese di dicembre in Messico.

Oltre alle decine di sessioni ufficiali che si svolgevano in parallelo all’interno della Conferenza, la "Mesa 18" all’esterno dell’università ha visto protagoniste le esperienze di resistenza alle attività estrattive, dando voce alle reti indigene e campesine che in Bolivia, ma anche in altri paesi sudamericani, continuano a devastare il territorio.

La "Mesa 18" è stata promossa dal Consejo Nacional de Ayullus y Markas del Qullasuyu (CONAMAQ), un’organizzazione indigena boliviana, riunendo all’interno di questo spazio politico numerose organizzazioni ed esperienze locali.

Tra queste abbiamo incontrato il Movimiento Sin Tierra boliviano (MST-B) che ci ha presentato la problematica relativa all’accesso alla terra ed alle risorse. Abbiamo sentito il responsabile boliviano per le relazioni internazionali Moises Torres. Anche in Bolivia infatti continua ad esistere la dinamica dei latifondi, spiega, che ha visto centinaia di famiglie contadine occupare le terre.

Dopo una giornata di intensi lavori assembleari a microfono aperto, dove molte realtà hanno presentato casi e punti di vista, principalmente legati ai conflitti socio-ambientali, la Mesa 18 è giunta ad un documento finale.

"Mesa 18 si è costituita come uno spazio necessario di riflessione e denuncia nella cornice della Conferenza Mondiale", dice la dichiarazione, "con lo scopo di approfondire la lettura sugli effetti locali del capitalismo".

I firmatari del documento assumono "la responsibilità di mettere in discussione i governi latinoamericani cosiddetti popolari" per "mettere in luce le contraddizioni del processo (boliviano)".

Più avanti la dichiarazione riconosce il successo della Conferenza Mondiale ma afferma anche che "per garantire che questo processo si estenda come esempio per il resto del continente è necessario evidenziare le contraddizioni esistenti.

Tra le problematiche molto sentite c’è quella dei megaprogetti, tra cui quello dell’Iniciativa para la Integracion de la Infraestructura Regional (IIRSA) che, coivolgendo molti paesi sudamericani, prevede la costruzione di corridoi multimodali (strade, idrovie, aereoporti) per aprire nuovi canali commerciali tra la sponda pacifica ed atlantica.

Tra le voci presenti alla Mesa autostita abbiamo sentito inoltre Maria Mendoza che espone i problemi della sua comunità di fronte alla costruzione di una strada dentro il Parco Nazionale Sicoro Secure gestito dalla comunità indigena.

All’interno della Conferenza dei Popoli una delle sessioni piu’ accese è stata quella sulla gestione sostenibile delle risorse forestali tramite i famosi Reducing Emission for Deforestation nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, come soluzione per contrastare i cambiamenti climatici promossa negli incontri della Conferenza delle Parti (COP).

Su tale issue e su quella delle mercato di bonus di CO2 (Protocollo di Kyoto) si inserisce il famoso caso della Riserva della Biosfera Yasuni (Ecuador) con cui il cui governo socialista Correa ha lanciato sulla scena internazionale a Copenhagen l’iniziativa Yasuni- ITT. In cambio di "certificazioni ambientali" legate al ruolo che gioca nella fissazione di carbonio una delle aree forestali a più alta biodiversità del pianeta, la proposta prevede di non sfruttare gli idrocarburi presenti nel sottosuolo a patto che i paesi industrializzati coprano la metà degli introiti ricavati dalla vendita di petrolio.

Tale proposta, apparentemente accattivante e "rivoluzionaria", è assai contraddittoria, sia per la difficoltà nel raccogliore i fondi necessari per la sua realizzazione, sia perchè il governo Correa sta già procedendo all’esplorazione e alla costruzione delle infrastrutture petrolifere necessarie allo sfruttamento.

A tale posizione, e sulla situazione ecuadoriana rispetto alle politiche ambientali del governo, replica in una video-intervista Marlon Santi, presidente dell’organizzazione nazionale indigena CONAIE.

Ci parla inoltre della spinosa riforma dell’acqua, attualmente discussa in parlamento.

Domani sarà la giornata conclusiva della Conferenza che, oltre alle plenarie ed altre sessioni tematiche, vede le reti globali per la Giustizia Climatica, Via Campesina ed altre organizzazioni, riunirsi per discutere del prossimo vertice COP16 sui cambiamenti climatici di Cancun.

PRIMA GIORNATA

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E’ cominciata oggi a Cochabamba (Bolivia) la Conferenza Mondiale dei Popoli sui cambiamenti climatici e sui diritti della madre terra, indetta dal presidente Evo Morales a seguito del vertice COP15 di Copenhagen.

All’interno dello stadio di Tiquipaya, nella periferias di Cochabamba, davanti a dieci mila persone, Evo Morales ha aperto questa mattina la tre giorni di dibattiti, conferenze, workshops sulla crisi climatica.

La Conferenza di Cochabamba nasce dopo il fallimento di Copenhagen ed è appoggiata dai paesi sudamericani dell’ALBA [1] e da una vasta rete di organizzazioni sociali, ONG e comunità indigene latinoamericane e di altri pasesi di tutto il mondo.

In una video-intervista Hugo Blanco, dirigente indigeno e direttore della rivista peruviana lucha indigena, prende in analisi la questione climatica. [ parte 1 ] [ parte 2 ]

Oltre ventimila persone stanno riempiendo l’area dell’Università Univalle - università privata scelta come sede dell’evento - per partecipare ai numerosi workshop parte del programma "ufficiale", oltre alle decine di eventi paralleli, i cosiddetti "autoconvocati", gestiti direttamente dalle diverse organizzazioni presenti.

Risultati e proposte concrete ancora non ve sono naturalmente anche se le linee guida del documento finale della tre giorni sono state ampiamente anticipate dallo stesso Evo Morales, presidente boliviano nonchè anfitrione dell’evento globale: Dichiarazione Universale dei Diritti della Terra; creazione di un Tribunale Internazionale per la Giustizia Climatica; giungere ad un resoconto sulla vicenda del Debito Ecologico; ed infine (per ora) costruire una posizione comune di cui si possa far voce lo stesso Morales nella prossima riunione a Cancun in Messico di COP16.

Decine di stands, principalmente dei paesi dell’ALBA, governativi e non, ma anche tendoni di tutti corpi militari boliviani che parlano di sviluppo sostenibile e di Pacha Mama.

Oltre agli stands, va detto, militari, polizia, celerini, agenti speciali con passamontagna e fucile in braccio, presidiano la Conferenza, dentro e fuori, e pattugliano la città di Cochabamba.

Una grande kermesse della la rivoluzione boliviana, con i suoi limiti e le sue contraddizioni.

Nella Conferenza sui Cambiamenti Climatici la grande assente, così come a COP15, è l’acqua. Sembra che quella che dieci anni fa è stata la capitale mondiale della difesa della risorsa idrica, in questi giorni sia diventato un ricordo più o meno lontanto. Certamente non per chi, la settimana scora, ha organizzato la Feria dell’Acqua. Ma sicuramente per gli organizzatori di questa prima Conferenza mondiale sul clima.

Per questa ragione, i partecipanti alla Feria dell’Acqua, tra cui anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, presenteranno domani (oggi per chi legge) un documento che chiederà una chiara e netta presa di posizione da parte dei governi presenti alla Conferemnza di Cochabamba.

Assente anche uno spazio politico o un benchè minimo riferimento propositivo all’orizzonte messicano segnato dalla conferenza delle Nazioni Unite COP16, che proprio a Cancun si realizzerà ad inizio dicembre. Certo se ne parla e anche tanto, ma non è tema per workshop dedicati o per tavole rotonde.

Son 17 i tavoli di discussione dunque, ma c’è anche una diciottesima, che non è proprio gradita dentro la Conferenza ufficiale. E’ rimasta inaspettatamente fuori dal consesso ufficiale. E’ il tavolo dei movimenti e delle reti sociali boliviane, che si stanno ponendo in modo critico davanti alla venerata e monolitica politica dei paesi dell’ALBA.

Dicono i rappresentanbti di questo workshop: nè capitalismo nè socialismo. Il modello di sviluppo non cambia, cosiccome le attività produttive si basano sostanzialmente sull’estrazione di idrocarburi e di minerali. La Bolivia ne soffre, cosiccome il Venezuela, il Brasile, l’Ecuador e molti altri paesi sudamericani.

Il workshop numero 18, seppur escluso, non ha espresso contrarietà diretta con la Conferenza. Non dissente sul diritto alla madre terra, ha però rivendicato il diritto di discutere dei numerosi conflitti socioambientali esistenti in Bolivia, non latenti ma visibili nei quartieri, cosiccome nelle aree rurali. La Conferenza ufficiale li vede, ma non li ascolta e non gli da voce.

E così, il diciottesimo workshop si sta svolgendo al di fuori del recinto blindato dell’università, sede della Conferenza, ed in un clima del tutto peculiare: poliziotti antisommossa appostati fuori del locale reso agibile per il workshop han fatto da cornice a questo tavolo di discussione che, oltre a denunciare i casi specifici di conflitto in Bolivia, ha ricordato che proprio in questi giorni, diversi membri della ormai famosa "Mesa 18" sarebbero stati oggetto delle attenzioni dei servizi boliviani.

All’interno di questo spazio, la sgradita e temuta "Mesa 18", vi sono il sindacato dei contadini boliviani, diverse organizzazioni indigene tra cui la CONAMAQ e la OPIM, i comuneros dell’acquam, ricercatori, accademici e il Movimiento Sin Tierra della Bolivia (MST-B).